Bhagavad Gita

La Bhagavad Gita, assieme ai Sutra di Patanjali, è tra i testi più tradotti in diverse lingue al di fuori dell’India. La prima volta è stata tradotta in inglese da un ufficiale britannico di nome Wilkins, ed è presente oggi in 75 lingue diverse.

La letteratura indiana si può dividere in due grandi filoni:
– śruti, “ciò che è stato udito”, è una letteratura senza autore, un corpus di testi che è stato “udito” o meglio realizzato dai saggi in un passato non precisato. Dopo vari passaggi per via orale da maestro a discepolo, questa conoscenza è stata messa per iscritto intorno al 1500 a.C. I Veda e le Upanishad (la porzione finale dei Veda che si occupa di metafisica e filosofia) fanno parte di questo filone.

– smriti, “ciò che è stato ricordato”, letteratura di matrice umana che si è sviluppata nei secoli successivi, tra il 500 a.C e il 500 d.C, e che rappresenta un tentativo di rendere accessibile il messaggio della śruti. Sotto questo grande ombrello si trovano anche i Sutra, i Purana (“storie antiche”) e gli Itihasa (“così davvero fu”, poemi epici Ramayana e Mahabharata).

La Bhagavad Gita fa parte del Mahabharata, “La grande storia dei Bharata”, testo epico di centomila versi che a differenza del Ramayana, si occupa anche di yoga e di moksha. È una sorta di Treccani dell’India, talmente importante ed esaustivo di tutti i campi del sapere e delle sfere dell’umano che viene considerato il quinto Veda e la Gita con i suoi soli 700 versi rappresenta il suo cuore pulsante.

L’autore del testo è il saggio Vyasa, ma è molto probabile che questo sia una sorta di nome di funzione e che l’immensa opera sia frutto di diversi autori, che per dare continuità si diedero tutti lo stesso nome – Vyasa in sanscrito significa “compilatore”. Il testo infatti parte da un racconto bellico di novemila versi che poi nei secoli ha conosciuto diversi livelli di accrescimento fino a raggiungere il testo come lo conosciamo intorno al IV secolo d.C.

Immagine che rappresenta una scena del Mahabharata.

Il merito della Gita, e il motivo per cui viene considerata tanto importante quanto un testo della śruti – e letta e studiata anche separatamente dal suo grande contenitore – è che in quei pochi versi si trova la quintessenza di quel sapere “udito”.

A partire dalle Upanishad, grazie all’influenza di buddhismo e jainismo, ci arrivano concetti come il karma e la reincarnazione, e la necessità di liberare l’essere umano dal dolore e dalla sofferenza attraverso la ricerca interiore. Nella Gita questo mix di conoscenza si arricchisce di altri elementi come lo yoga e il sāṃkhya dualistici che convivono con il vedānta non duale.

L’originalità e la particolarità del messaggio della Bhagavad Gita è che il mondo e la vita terrena diventano un luogo e un’opportunità di liberazione, qui e ora. E per spiegarcelo ci porta in un campo di battaglia, a pochi istanti dall’inizio di una violenta guerra. Una guerra tra membri della stessa famiglia, usata come pretesto per descrivere l’eterno conflitto che ha luogo all’interno dei cuori umani.

Il primo capitolo si chiama “Arjuna viṣāda-yoga” dove viṣāda “depressione”, deriva da viṣa che significa “veleno”: la depressione è associata al veleno che prende spazio all’interno dell’individuo. Questo veleno fa nascere in Arjuna (il principe guerriero protagonista del testo) il desiderio di abbandonare il campo di battaglia pochi istanti prima dell’inizio della guerra. Dimenticandosi del suo ruolo di guerriero e del suo dovere in quanto tale, desidera ritirarsi sulle montagne e prendere rifugio nell’inazione, nell’inerzia e nell’oblio. Non sapendo ancora che questa crisi è terreno fertile per la ricerca interiore (viṣāda-yoga) si abbandona alla propria disperazione e getta le armi, pronto a ritirarsi.

Arjuna with Krishna, engaged in dialogue, Bhagavad Gita, Miniature Painting, India, 1971

Da questo momento inizia il celebre dialogo con Krishna, suo cugino e amico fraterno, che prende le vesti di guida e di maestro rispondendo alle sue domande e sciogliendo qualsiasi dubbio. “Uttiṣṭha paraṃtapa!” “Alzati, o Arjuna!” gli dice Krishna a varie riprese.

Prima della Gita l’azione (karma) era il carburante del motore della sofferenza. Uno dei punti chiave di questo testo è quello di riabilitare l’azione, riqualificarla, in modo che essa stessa diventi una via per la liberazione (karma-yoga), perché “Nessuno, infatti, neanche per un solo istante, può rimanere inattivo, giacché ciascuno è indotto ad agire, suo malgrado, dalle caratteristiche intrinseche della Natura”. (BG 3.5)

L’insegnamento centrale di Krishna è proprio quello di non rinunciare all’azione, ma imparare ad agire nel modo corretto.

“Colui che fa quello che deve fare senza curarsi del frutto del suo agire è un rinunciante e uno yogin, non già chi non accende il fuoco sacrificale, né che non svolge alcuna attività.” (BG 6.1)

Il vero “rinunciante” non è colui che recita i mantra, che porta segni sulla fronte o l’abito arancione, non è colui che fa le offerte nel fuoco sacro o alle murti (immagini delle divinità), e nemmeno colui che si ritira nelle grotte senza svolgere nessuna attività, perché queste cose non sono la prova della sua devozione o della sua rinuncia. La vera rinuncia è quella ai frutti dell’azione, l’attaccamento e la bramosia al risultato: rinuncia è l’azione disinteressata, libera dalla componente egoica.

Krishna, che nei Purana viene identificato come incarnazione del dio Visnu, è il bhagavat del titolo del testo: vat significa “equipaggiato, fornito, dotato di” – bhaga termine che contiene contemporaneamente 6 qualità: signoria (aiśvarya), giustizia (dharma), saggezza (jñāna), prosperità (śrī), distacco (vairāgya), splendore (yaśas), aggettivo che non viene utilizzato per persone “comuni”, ma viene associato al divino o ad un essere realizzato, liberato e quindi “glorioso”.

Gita significa “canto” perché il sanscrito non si recita ma si canta, essendo una lingua sacra e “liturgica”. Quindi la traduzione è “Il canto del glorioso signore” o “Il canto divino” o “Il canto del Sé”.

La Gita è un testo pratico, che ci parla di diverse strade di ricerca interiore. Nonostante il titolo, è un testo sull’essere umano, sulla sua posizione nel mondo, sui suoi sentimenti, sul suo rapporto con la Natura e con la spiritualità.

Al di là del contesto in cui nasce e il fatto che sia scritto con un linguaggio “indiano”, il suo valore è universale e senza tempo, libero da dogmi, con un approccio che riflette l’apertura culturale dell’India. I suoi insegnamenti si possono applicare a tutte le culture, nazioni, classi sociali e religioni. Krishna insegna che l’amore per la vita, Madre Terra, se stessi e il divino è un amore che non ha limiti, confini, etichette, generi, proprio come la nostra vera natura, una volta superate tutte le identificazioni superficiali.

Gandhi scrive:
“Quando sono in difficoltà o angosciato cerco rifugio nella Gita. Non respinge nessuno. La sua porta viene aperta a chiunque bussi.”

Articolo di Marco Cuzzolin

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