È tutta colpa del Karma

Quante volte, quando nella nostra vita accade qualcosa di negativo, abbiamo detto la frase: “è il karma!”, come se fosse una specie di punizione divina che ci viene inflitta in relazione a qualcosa che abbiamo fatto precedentemente. Tutti siamo scivolati almeno una volta, ma che cos’è questo karma con cui tanto ce la prendiamo? Corrisponde davvero a ciò che noi pensiamo?

Intanto una premessa, parlare di karma è come scoperchiare il vaso di Pandora. Ci sono secoli di evoluzione e filosofia su di esso che non verranno sviluppati in questo luogo. Partiamo quindi dall’inizio: questo termine nasce dalla radice sanscrita kṛ che significa “fare” o “causare”. Nella concezione vedica il problema del karma non è contemplato, poiché essi si purificano grazie ai rituali sacrificali che compiono attorno al fuoco. Tutto ruota attorno al sacrificio e al rituale eseguiti secondo regole precise per comunicare con il divino per chiedere favori o altro.

Il concetto di karma verrà sviluppato circa nel 500 a.C. dagli Śramana, i primi asceti che cominciano ad adottare la rinuncia al mondo e che si ritirano nelle foreste per poter favorire la loro ricerca. Con loro il focus del rituale si sposta dall’esterno verso l’interno, ed è con loro che si cominciano a introdurre termini di riflessione come karma, rinascita e liberazione. Jainisti e buddisti affondano le radici della loro esistenza proprio in questi śramana, sono contemporanei e si influenzano tra loro, lo stesso Buddha fu un asceta nella sua ricerca spirituale.

In buona sostanza, il karma è un condizionamento che ci porta ad avere una visione distorta della vita. Qualsiasi azione noi facciamo nella nostra vita produciamo karma phala ossia i “frutti delle nostre azioni”, che se ben vediamo, sono diventati la nostra concezione di karma in occidente. Il concetto di karma, invece, non si limita a spiegare le nostre azioni o ciò che ci torna indietro, ma indica i condizionamenti che noi accumuliamo giorno dopo giorno, azione dopo azione dentro di noi. Possiamo definire questi condizionamenti come delle tracce mentali (o anche gabbie) che andiamo via via accumulando grazie al nostro modo di affrontare la vita. Si noti bene che questi condizionamenti karmici non sono solo le nostre abitudini negative, ma anche le positive: esistono anche prigioni belle e comode nelle quali ci rinchiudiamo.

La risposta degli asceti al karma è, ovviamente, cercare di liberarsene. Secondo la concezione jainista, per esempio, il karma è qualcosa di fisico simile a una sostanza liquida che si deposita nel nostro corpo e che contribuisce all’appesantimento e alla rigidità del nostro corpo fisico. Per questo motivo si sviluppano le tapas (le austerità, tap significa “calore, riscaldare”) che serve a bruciare il karma nel nostro corpo. Come anche l’immobilità tipica degli asceti si può associare alla volontà di smettere di agire e quindi di smettere di produrre karma per potersi liberare dai condizionamenti e raggiungere finalmente moksha, la liberazione dal proprio io-me.

Cerchiamo di guardare, quindi, a ciò che è il nostro karma, a quali condizionamenti ci limitano, nel bene e nel male e magari cominciamo a domandarci come possiamo liberarci da esso, però almeno non lo incolperemo più di ciò che è nostra responsabilità!

Articolo di Claudia Nonnato

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