Ganeśa

Quando ci si approccia al mondo delle divinità dell’India, una delle prime immagini che si incontrano è quella di quel dio con un corpo umano piuttosto pasciuto, quattro braccia e una grossa testa di elefante, sempre accompagnato da un topolino. Ganeśa è sicuramente una delle divinità preferite dagli indiani e la sua immagine, che strappa un sorriso a chi lo guarda, nasconde un simbolismo così complesso che da sola potrebbe rappresentare l’intero pensiero hindu.

Nonostante la sua figura si sia sviluppata dai primi secoli d.C, già nel Rig Veda (la scrittura sacra più antica) si trova una delle più famose preghiere rivolte a lui ancora oggi. Gana indica ogni categoria, essere o oggetto di questo universo. Iśa significa signore, qualcuno al comando su qualcosa. Quindi Ganeśa significa “Signore di tutti gli esseri” o “Signore di tutte le categorie”, e quasi ogni hindu prima di affrontare una qualsiasi impresa importante invoca questa divinità per propiziarsi i suoi favori e benedizioni. In tutte le cerimonie, tranne i ritifunebri, Ganeśa viene invocato per primo. In ogni villaggio e città c’è almeno un tempio dedicato a lui.

Si dice che Ganeśa sia il “Signore che rimuove gli ostacoli” e questa fama arriva dallo Skanda Purana in cui si racconta che un principe offrì svariati sacrifici agli dei dimenticandosi però di Indra, il quale adirato ordinò al Tempo di assumere la forma del demone Vighnasura (vighna: ostacolo). Il demone dopo aver ucciso il principe continuò a seminare il panico in giro per il mondo ostacolando tutti i sacrifici e i riti religiosi. Una delegazione di saggi capeggiata da Vasiśta andò al cospetto di Brahma per trovare una soluzione, il quale consigliò loro di invocare Ganeśa, perché nessuno poteva dominarlo. Ganeśa sconfisse il demone, che divenne suo servitore, e da quel momento il dio venne chiamato Vighneśvara, Signore degli ostacoli. Anche per questo motivo viene nominato per primo in tutti i rituali, la sua immagine si trova in tutti i templi e viene invocato in momenti di particolare difficoltà quando gli ostacoli della vita sembrano insormontabili.

Ganesha scive il Mahabharata

Ganeśa viene anche considerato il patrono degli scrittori, perché secondo il mito è stato lui a mettere per iscritto il Mahabharata, dettato dal saggio Vyasa. Durante la dettatura il pennino del dio si spezza, quindi per continuare a scrivere senza interrompere il flusso di parole dell’autore, si rompe una zanna usandola come pennino. Questa è la spiegazione mitologica del fatto che questo dio viene rappresentato con una sola zanna.

Dal punto di vista simbolico e filosofico, la zanna unica di Ganeśa rappresenta il superamento della dualità, in particolare della principale coppia di opposti raga-dveśa (piacere-dolore), dalla quale traggono origine tutte le identificazioni e dispersioni umane.

La grossa testa di elefante indica la sua sapienza, che deriva dallo studio delle scritture vediche. La conoscenza originariamente veniva trasmessa per via orale e l’elefante è conosciuto come l’animale con una memoria incredibile, oltre ad avere delle orecchie enormi, e queste rappresentano la capacità di ascolto. Nel Vedanta, i primi due passi verso la conoscenza realizzativa sono śravana (l’ascolto della verità dalla bocca del guru) e manana (la riflessione su di essa da parte del discepolo).

Le quattro braccia rappresentano i Veda: Rig, Sama, Yajur, Atharva, e i quattro strumenti cognitivi: manas-mente, buddhi-intelletto, ahankara-ego, citta-coscienza condizionata. Il corpo di Ganesha rappresenta la coscienza pura, grazie alla quale tutti questi strumenti possono funzionare. Inoltre le braccia indicano le quattro categorie di esseri viventi: acquatici, anfibi, quelli che vivono solo sulla terra e quelli che volano. I quattro varna, le classi sociali – brahamana, i sacerdoti e guide spirituali; kśatriya, la classe politica, i guerrieri e tutti quelli che dedicano la loro vita alla difesa delle persone e del territorio; vaiśa, coltivatori e commercianti e i śudra – artisti, servitori, ecc.
I quattro aśrama, gli stadi della vita di un uomo nella concezione brahmanica: brahmacarya, studente, grihastha, uomo di famiglia, vanaprastha, abbandono dei propri doveri familiari e dedizione alla ricerca spirituale; samnyasa: rinuncia totale ai beni materiali e alla famiglia.

Le sue mani generalmente tengono:
– Un’ascia: arma da taglio che simbolicamente recide il regno della dualità.
– Un laccio: cattura i vizi ma anche aggioga i devoti.
– I dolcetti (laddhu): la dolce ricompensa alla sadhana.
– Abhaya-mudra: il gesto della non-paura che tranquillizza il devoto proteggendolo dal tempo e dalla morte.

L’obesità di questa divinità rappresenta il potere del saggio che riesce a “digerire” qualsiasi esperienza della vita, bella o brutta che sia. Essando Ganeśa il Signore di tutte le creature, è obeso anche perché contiene l’intera manifestazione cosmica.

La posizione delle sue gambe è simbolicamente interessante. Quella piegata indica il radicamento nella realtà spirituale, l’altra tocca il pavimento “dialogando” con il mondo fenomenico. Rappresentano l’approccio del buon ricercatore spirituale che trova il punto di sintesi tra la realtà fisica e quella divina.

Ganeśa è sempre accompagnato dal topo Mushaka, il suo veicolo, che simboleggia la mente umana calmata, domata, sotto controllo. Infatti spesso il topolino è rappresentato vicino ai dolci ma non li mangia, ricordando la disciplina e l’autocontrollo.

Un giorno Ganeśa andò a visitare Patripatan, il celebre gatto yogi. Distrattamente lasciò Mushaka vagare da solo per il villaggio dei gatti e quando fece per andarsene non riuscì più a trovarlo. Il dio allora riunì tutti i gatti del villaggio e disse “se tra venti minuti il mio topo non è riapparso, sarò obbligato a fare ciò che mio padre Shiva fece quando gli rubarono il suo toro Nandi”
Ci fu un gran fervore nel villaggio dopo queste parole, tutti i gatti si spaventarono. Ganeśa chiuse gli occhi per meditare e quando li riaprì venti minuti più tardi Mushaka era davanti a lui. Felice di averlo ritrovato prese la strada del ritorno quando i gatti curiosi lo fermarono e gli chiesero cosa avesse fatto Shiva quando gli rubarono il toro. Continuando per la sua strada Ganeśa disse “Ebbene quando rubarono Nandi a mio padre successe proprio questo: tornò a piedi.”
Poi più lontano, lasciato il villaggio disse al suo topo: “Dobbiamo sempre diffidare della nostra immaginazione, essa rende le cose molto più terribili di quello che in realtà sono.”

Questa divinità non sembra avere una shakti, una controparte femminile: secondo una leggenda il dio si rifiutò di avere una moglie quando realizzò che tutte le donne dell’universo non erano altro che scintille di sua madre Parvati, quindi per non macchiarsi di incesto decise di rimanere celibe per sempre. Nel nord dell’India viene comunque rappresentato accanto a due personificazioni femminili di Buddhi (intelletto) e Siddhi (potere spirituale).

Ganeśa con il suo corpo d’uomo e la sua testa di elefante rappresenta la quintessenza del pensiero hindu: la coincidenza degli opposti, l’unità del piccolo essere con il grande essere, la fusione del microcosmo con il macrocosmo, della goccia d’acqua con l’oceano, dell’atman con il brahman.

L’immagine di Ganeśa è il grande detto delle Upanisad “tat tvam asi” (tu sei quello): tu, il microcosmo, rappresentato dal corpo umano, unito a quello, il macrocosmo, rappresentato dalla grossa testa di elefante.

Ganeśa in definitiva ci ricorda che in India non c’è mai stata una linea netta di demarcazione tra piano umano e piano divino. Nella Brhadaranyaka Upanisad si legge: “se un uomo adora una divinità con l’idea che lui e questa divinità siano diversi, egli non conosce.

Articolo di Marco Cuzziolin

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