Vedanta वेदान्त

Vedanta è un termine Sanscrito che significa “la fine dei Veda”

Può essere inteso in due modi: 

  1. viene usato per indicare le Upanishad, che sono l’ultima porzione dei Veda 

  2. può assumere il significato di “ultimo”, inteso come il più elevato.

Il vedanta cerca di dare un senso alla realtà in cui viviamo attraverso alcuni concetti chiave. Vediamo quali sono:

  • Nel vedanta l’enfasi è su Brahman, l’assoluto. Il mondo e la realtà in cui viviamo vengono percepiti come manifestazioni di Brahman.

  • Lo stesso Brahman ha due aspetti: “saguna” (con attributi) e “nirguna” (senza attributi/trascendentale), i quali possono anche essere intesi come aspetti personali ed impersonali.

  • Satchitananda, che significa esistenza, coscienza e beatitudine. L’aspetto più elevato della coscienza viene descritto in questo modo.

Quindi, se la realtà in cui viviamo è la manifestazione diretta di Brahman, ovvero assoluta perfezione, perché viviamo comunque in condizioni di sofferenza? 

La risposta a questa domanda è nel concetto di maya, ovvero l’illusione. Nell’essere umano, maya si manifesta con avidya, che significa mancanza di consapevolezza, errata comprensione di ciò che realmente siamo.

La pratica che ci trasmette il vedanta ha a che fare con la rinuncia e la meditazione, le quali hanno come fine ultimo il creare contatto con il nostro Io interiore, ed essere consapevoli del nostro vero Sé. Solo in questo modo possiamo sfuggire ad avidya.

Le scuole del Vedanta sono molte, ma forse la più nota è quella dell’Advaita Vedanta, fondata da Adi Shankaracharya (700/800 d.C.), teologo e filosofo indiano, che vediamo rappresentato nell’immagine.

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